Drunkenrabbit/ Linda Ferrari

 

Spesso si ha la convinzione, purtroppo dettata da facili e superficiali pregiudizi, che gli artisti vivano in un mondo a parte, estraniati, addirittura per scelta, da quella che è la realtà tangibile di ogni giorno. Al contrario è proprio la condizione precaria dell’artista a imporgli di fare esperienza del mondo contemporaneo, che diventa quindi fonte di ispirazione e soggetto delle opere che ciascun artista crea.

Drunkenrabbit (pseudonimo di Linda Ferrari, Brescia, 1986) è una di queste: vive e corre nel mondo futuristico della metropoli che sale, osservandone e captandone i paradossi e le incongruenze, trasformandoli in una sorta di mondo delle fiabe parallelo, in cui l’agognato lieto fine non è mai scontato.
Questa ricerca prende vita attraverso delicate figure femminili, costrette a camminare sul sottile limes tra l’essere e l’apparire, tra individuo e persona.

Nella cultura greca, la persona era la maschera che gli attori di teatro usavano per trasformarsi in un determinato personaggio, ovvero impersonarlo.
Le efebiche fanciulle, create dall’artista, indossano una maschera: celano deliberatamente la loro vera ed essenziale identità nel disperato tentativo di essere finalmente considerate brave ragazze, di non mostrare “scandalo” comportandosi secondo la loro natura.

Non si tratta di femmes fatales, ma di giovani donne che per sopravvivere scendono a compromessi che minano la loro stessa singolare individualità. Talvolta, guardandosi allo specchio, non si riconoscono più e sembrano lasciarsi cadere in vortice di grigia e plumbea neutralità.
Nell’ultimo periodo l’immaginario di Drunkenrabbit si carica di una nota più cupa, pur mantenendo intatto lo stile in punta di pennello, lieve e fiabescamente surreale: non sono più i rassicuranti racconti della buonanotte ma finestre su un mondo così assurdo da essere estremamente reale.
Le ninfette interpretano momenti in cui è possibile riconoscersi, stati d’animo familiari allo spettatore contemporaneo, che si immedesima e riflette sulle maschere che indossa costantemente, anche in quel preciso momento, per essere come società vuole.

It is often believed, due to superficial prejudice, that artists by choice live in a separate world, estranged from everyday reality.
To the contrary, it is the precarious condition the artist lives in that makes him have a certain experience of the contemporary world, which inevitably becomes the source of the inspiration and subject of the work each artist creates.

Drunkenrabbit (artistic name of Linda Ferrari, Brescia, 1986) is one of these artists: she lives and experiences the futuristic city life, observing and capturing its paradoxes and contradictions and transforming them in a parallel fairy tale world where the longed for happy ending is never taken for granted.
This journey comes to life thru delicate feminine figures that have to walk the thin line there is between being and appearing, between the individual and the person.

In Greek culture the Person was the mask that the theater actors used to transform themselves into a specific character.
The ethereal girls created by the artist wear a mask: they deliberately show their true essence and identity in the desperate attempt to be considered good girls and not convey any sort of scandal, behaving according to their nature.

 

They are not Femmes Fatales, but young girls that have to compromise in a way that jeopardizes their own individuality in order to survive. At times they don’t recognize themselves when they see their reflection in the mirror and they seem to let themselves fall into a vortex of dark indifference.
In the last period the imaginary world of Drunkenrabbit takes on a darker vibe, even if the brush stroke stays true to its stile, gentle and surreal like a fairy tale, they are no longer the comforting good night stories, but windows on to a world that is so absurd it is extremely real.
The girls portray moments and situations we can identify with, emotions the contemporary observer is familiar with and which make him reflect on the masks we constantly wear in order to be like society wants us.

Ester Baruffaldi- No Title Gallery

Nata a Brescia nel 1986 e cresciuta nella casa della nonna materna, circondata dall’arte, dalla letteratura e da soffitte piene di vecchi giocattoli. Le mie storie della buonanotte erano l’Iliade, l’Odissea, Wilde, Andersen e i racconti di famiglia. Ho iniziato a disegnare da bambina, e non ho più smesso. Nel 2008 mi sono laureata in Interior Design alla NABA a Milano, e subito dopo, spinta dall’immobilità che si respira a Milano, ho deciso di andare a visitare la terra amata da Kerouac, la bella San Francisco. All’inizio del 2010 ho fondato il collettivo r-EVOLution (ora Associazione culturale Anonimartisti).
L’anno dopo ho dato alla luce l’opera d’arte più bella: mio figlio Marcello.

 

I was born in Brescia in 1986, I grew up in grandma’s house, surrounded by art, literature, attics full of old toys. The bedtime stories were the Iliad, the Odyssey, Wilde and Andersen tales and family stories.
I started drawing when I was a child, and I never stopped.
I graduated in 2008 in Interior Design at NABA, Milan, then I decided to go in San Francisco for a short experience as Marina Cain’s assistant in Cain Schulte Gallery.
In the beginning of 2010 I founded the collective r-EVOLution (anonimartisti.it) and the year after I gave birth to my best work of art: my son Marcello.